
Custodi di comunità
Il valore delle persone con disabilità per una società più equa e solidale
di Patrizia Cadonna
Sono visi sorridenti quelli incontrati ieri sera alla serata “Custodi di comunità… in cammino”, organizzata dalla Cooperativa sociale La Rete insieme al CSV Trentino e il Comune di Trento. Ma chi sono i custodi di comunità? Sono seduti in prima fila, sono persone con disabilità che, come volontari, si prendono cura di alcuni spazi della comunità, pulendo un giardino, annaffiando gli orti delle scuole durante l’estate, riempiendo di libri i bookcrossing, ma soprattutto si prendono cura di alcuni anziani, andandoli a trovare, portando loro la spesa e provando a capire cosa può renderli felici. La signora P. è una signora anziana che viveva da sola. I custodi di comunità le portavano la spesa e si fermavano a fare due chiacchiere. Dopo un ricovero in ospedale, la signora P. ha iniziato a vivere in una casa di riposo. I custodi l’hanno raggiunta anche lì e periodicamente la portano a prendere il caffè e a comprare le sigarette. Anche la signora M. è ospite in una casa di riposo. Il suo grande desiderio era tornare nel paese dove è cresciuta e andare al cimitero a trovare i suoi cari. Nessuno della casa di riposo però la può portare, troppo lavoro, troppe cose da fare. Sono i custodi allora che decidono di accompagnarla e riportarla dove ha vissuto tutta la vita, dove le persone ancora la riconoscono e la possono salutare. Queste sono una parte delle storie di relazioni che hanno raccontato le persone con disabilità, volontarie dei custodi di comunità, e dalle loro parole traspare l’affetto che provano verso gli anziani che vanno a trovare.
La serata inizia così, con queste storie, ed è Gino Mazzoli, esperto di welfare e processi partecipativi, che raccogliendo gli spunti, aiuta i presenti a riflettere sul “welfare di comunità”; non quello costituito esclusivamente da operatori sociali e servizi, ma quello fatto di una rete di persone che vivono nella stessa comunità, di baristi che tra una chiacchiera e l’altra intuiscono un bisogno più profondo, di barbieri che offrono il loro sostegno ai clienti, di persone che si prendono cura le una delle altre. Gino Mazzoli infatti racconta che esistono povertà che non vengono alla luce, che non si rivolgono ai servizi per chiedere aiuto, un po’ come il lato nascosto di un iceberg, che c’è, ma non si vede. È quindi attraverso occasioni di cura, semplici, quotidiane, che è possibile aprire varchi di fiducia e realizzare quel “welfare di comunità”, fatto di azioni che generano relazioni, di una solidarietà informale, ma intensa. L’esperienza dei custodi di comunità è in questo senso fondamentale ed è ancora più straordinaria se si pensa che sono persone fragili a prendersi cura di altre persone fragili. Coloro che sono tagliati fuori da una società che corre, a una velocità incredibile, diventano risorse per la comunità, protagonisti di relazioni e parte integrante della comunità.
Nelle fila dei custodi di comunità ci sono anche altri volontari della Cooperativa La Rete, persone che prima facevano lavori completamente diversi, ma che hanno deciso di mettersi in gioco con le persone con disabilità e si sono ritrovati davanti alle proprie fragilità. In questo modo hanno potuto conoscere meglio se stessi e sentirsi parte di una comunità più grande, fatta di relazioni tra le persone. Il compito degli operatori sociali nel welfare di comunità diventa allora quello di essere catalizzatori di queste relazioni, di creare connessioni e di valorizzare le risorse informali, invisibili, inconsapevoli, ma preziose e insostituibili.
