logo

Una questione di ingiustizie

In ottica neoliberista, l’effetto a cascata (o trickle-down) sostiene che favorire i ricchi con tagli fiscali, deregolamentazioni, privatizzazioni o incentivi porti benefici all’intera società. I ricchi con la pancia piena sarebbero simili ad una brocca piena d’acqua: colma fino alla sommità questa comincerebbe a travasarsi automaticamente verso il basso per la gioia del popolino. Su questa teoria dai tempi di Thatcher e Reagan, i mirabolanti anni ’80, la politica ha ceduto il passo allo strapotere del mercato. Efficacissima fu l’immagine del gioco del monopoli formulata dall’attore Marco Paolini in “I miserabili, io e Margaret Thatcher”. In quello spettacolo teatrale, Paolini dice che Thatcher «ha messo le case sulla stazione Nord e sulla società dell’acqua potabile del gioco», “sovvertendo le regole” del sistema. L’ha chiamata “privatizzazione” e quando le fu detto che non si poteva fare la premier britannica ha risposto lapidaria che si era mangiata il regolamento: la “deregulation”. A colpi di tagli al sistema pubblico e agli strumenti di welfare, privatizzazioni e deregolamentazioni sono iniziate in Uk e nell’America di Reagan, sono state travolgenti nell’ex impero sovietico e oggi hanno favorito gli oligarchi anche nell’emisfero occidentale. In mezzo c’è finita la società ancora convinta del sogno americano a causa degli specchietti per allodole di un fenomeno di massa chiamato “consumismo”, un altro strumento che travasa i beni dei singoli nella casse di pochi super-ricchi, costantemente in cerca del paradiso fiscale dove evadere le tasse per non contribuire minimamente alla società che hanno solo contribuito a spremere. Pepe Mujica lo diceva chiaramente: “Sono stati inventati una montagna di consumi superflui e noi continuiamo a consumare e a buttare cose, ma per comprarle usiamo i soldi guadagnati con il tempo della nostra vita, tempo che dovremmo dedicare ai nostri affetti.” Invece abbiamo preferito immaginarci come dei miliardari in potenza, quelli che non hanno ancora avuto fortuna e devono solo trovare l’investimento giusto; così abbiamo finito per credere che i ricchi, nostri futuri colleghi, debbano essere liberi di fare ciò che vogliono; siamo certi che la politica sia inutile e becera, mentre invece la ricerca della felicità potrebbe essere inseguire l’ultimo modello high-tech, magari sperimentati in Israele nella cosiddetta lotta al terrorismo.
Eppure già negli anni ’50 si ipotizzava un trade-off tra disuguaglianza e crescita: livelli di disuguaglianza elevati potevano frenare la crescita (studi di Ostry- FMI). Joseph Stiglitz rincarava la dose dicendo che «l’accesso alla giustizia è precluso a chi non dispone di redditi sufficientemente alti» e che «la società è gravemente penalizzata dall’1 % più ricco», ma c’è anche di peggio: «of all the costs imposed on our society by the top 1 percent, perhaps the greatest is this: the erosion of our sense of identity in which fair play, equality of opportunity, and a sense of community are so important».
A chi si impegna nel sociale forse restano due opzioni: non cedere alla logica del profit, ma difendere quella del servizio alla persona; e raccontare le ingiustizie con esempi pratici e con fatti concreti. Mentre perdiamo ogni anno di più il nostro potere d’acquisto e la tecnologia aumenta soltanto il nostro carico di lavoro, soffriamo la crisi climatica e i suoi effetti tanto di più se siamo poveri a fronte di un vertiginoso livello di emissioni inquinanti da parte di chi può permettersi jet privati e ville con piscine. Negli anni sono aumentati i disastri ambientali e i rifugiati mentre il covid ha solo potenziato le diseguaglianze a favore di quell’1% che da tempo Oxfam denuncia come la causa di molte disfunzioni sociali. I dati sono freddi, le storie delle persone sempre più vulnerabili, la storia delle mie fragilità e di come tutto sia interconnesso al problema degli altri forniscono una linea narrativa al nostro impegno quotidiano. Si tratta solo di non isolarsi nel proprio individualismo e di delineare con altri strade per società più eque, società che sappiano accorgersi di come sto, di come stai, di come stiamo.

© 2016 CNCA TRENTINO ALTO ADIGE
Via delle Laste, 22- 38121 Trento (TN), Italia

CF 96074970227

Per informazioni:
segreteria.taa@cnca.it

 

Con il finanziamento di: